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La balena blu vista dai giovani

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Blue whale è il fenomeno che ha sconvolto l’Italia intera. Un orribile gioco che già ha mietuto circa 150 vittime tra i giovani di tutto il mondo, con qualche caso sospetto anche in Italia.

Cinquanta giorni d’inferno durante i quali l’adolescente viene spinto a effettuare prove inquietanti. Una spirale discendente fra musica deprimente, film dell’orrore e atti autolesionistici. E, alla fine, la prova suprema: un salto nel vuoto dal punto più alto della città. Cadere in questa trappola è semplice. È sufficiente condividere su un social network uno fra gli hashtag #bluewhale, #Im_a_whale, o #f57. Poco dopo il curatore, che è il manipolatore del gioco, contatterà l’autore del post. La vittima, a questo punto, riceverà le cinquanta regole da rispettare nei giorni successivi. Ma cos’è che spinge questi ragazzi a stare agli obblighi del curatore? Molto spesso è la minaccia di ritorsioni verso la famiglia. Minacce che in realtà non hanno fondamento. Tanto basta, però, a far cadere l’adolescente nel tranello. Un’inconsapevolezza che accomuna molte delle mode più pericolose diffuse fra i giovani: selfie sui binari, scalate ai palazzi più alti della città, uso di sostanze stupefacenti o di alcol e molti altri comportamenti al limite.

Quali sono i motivi che spingono in trappole simili? Indagando fra noi giovani, le ragioni sono per lo più soggettive. Ciononostante, è possibile delineare i contorni dei motivi principali. Alla base di tutto, c’è l’esigenza di farsi accettare dal gruppo, cercando di attirare l’attenzione anche con gesti estremi. D’altro canto, non è trascurabile il desiderio di provare l’ebbrezza del pericolo che molte di queste azioni comportano. C’è anche chi decide di mettersi alla prova semplicemente per superare i propri limiti e, in questo, trovare la sicurezza di cui spesso si difetta. In molti casi, pesa sulle spalle di noi adolescenti un bagaglio di sofferenze passate, che condizionano il presente, oscurando il futuro, che spesso appare incerto. Secondo noi, poi, c’è chi si lascia trascinare dalla moda, emulando i nostri coetanei. In ultimo, accomuna tutto ciò la debolezza psicologica che quasi sempre ci colpisce.

Le contromisure che consigliamo agli adolescenti come noi, in questi casi, sono varie. Prima fra tutte, imparare a ragionare senza condizionamenti esterni. Questo consente di distinguere il bene dal male, riparandosi da consigli e mode pericolose. Un’arma potente contro qualsiasi fenomeno potenzialmente dannoso per i giovani è la cultura. La conoscenza consegna nelle nostre mani strumenti che hanno il potere di consigliare la strada giusta da seguire.

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L’articolo è frutto del lavoro collettivo degli allievi dell’I.I.S. “E. Ferrari”, che hanno partecipato al progetto Comunicare per Integrare. Con esso, i giornalisti in erba hanno affrontato un problema sociale della loro generazione, dando anche alcuni consigli ai loro coetanei.

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Tutto questo è inutile se non si acquisisce maggiore fiducia in sé stessi, eventualmente non abbattendosi di fronte alle avversità che il futuro può riservarci.

E quando uno fra noi è ormai già vittima, non deve avere il timore di confidarsi con qualcuno che possa assumere un ruolo di riferimento, indipendentemente dall’età. Può essere un genitore, un amico, ma anche personale specializzato. Chiunque, insomma, sia in grado di guidare noi giovani al meglio. D’altra parte, anche le famiglie dovrebbero prestare maggiore attenzione ai segnali d’allarme che, spesso, noi ragazzi lanciamo. Il dialogo è lo strumento migliore per percepire situazioni di disagio che ci affliggono. Ma è anche il mezzo migliore per trasmettere l’importanza dei valori, come quello della vita. Spesso, infatti, noi ragazzi non sappiamo apprezzare quest’ultima, dimenticando che essa vale sempre la pena di essere vissuta.

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