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Il condominio di strada per reinventare la comunità

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Il Progetto Condominio di Strada promosso da UNIAT e UPPI segna una discontinuità nel modo di fare rappresentanza nel campo dell’abitare. Da una tutela dei diritti dei proprietari di immobili e degli inquilini, esercitati individualmente, si passa alla rappresentanza e tutela dei cittadini che intendono espletare i diritti e i doveri nel campo dell’abitare, sia come individui che come formazioni sociali e comunità di persone.
La parola condominio deriva dal latino medievale condominium (con = insieme e dominium = possesso) che significa “diritto di possesso esercitato insieme con altri”.

Le democrazie contemporanee riconoscono e tutelano il diritto fondamentale dei cittadini a disporre di una casa non come un diritto a sé stante, ma in modo strettamente collegato alla tutela di altri diritti umani. Nell’art. 2 della Costituzione Italiana si riconoscono i diritti umani, sia quelli che si esercitano individualmente, sia quelli che si realizzano nelle relazioni interpersonali, fondate sul reciproco riconoscimento dei rispettivi bisogni. Nel medesimo articolo sono prescritti i doveri di solidarietà politica, sociale ed economica, come elementi imprescindibili dai diritti, necessari entrambi a garantire la convivenza civile. In altre parole, le persone sono destinate a completarsi e perfezionarsi a vicenda mediante una reciproca e doverosa solidarietà.

Purtroppo, però, ad oggi si è considerato l’abitazione esclusivamente un bene economico complementare di uno status e non già un servizio sociale e, dunque, un diritto fondamentale strettamente legato alla dignità umana, a cui accedere indipendentemente dalla condizione professionale o lavorativa. È mancata, quindi, la possibilità di un intervento pubblico efficace e sottratto alle logiche della competizione spinta di mercato.

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Tale limite appare oggi in tutta la sua crudezza se si guarda al problema dell’abitazione nell’ambito del fenomeno dell’immigrazione. La disponibilità di una casa come condizione posta in capo all’immigrato per provare il requisito di residenza continuativa e, dunque, il suo pieno inserimento nella società italiana, diventa un elemento pesante di discriminazione. Escludere il non cittadino dall’accesso al diritto all’abitazione significa escluderlo dall’accesso a tanti altri diritti sociali che limitano fortemente l’integrazione.

Il Progetto Condominio di Strada, in un simile scenario, rappresenta un’innovazione sociale perché presuppone un mutamento di mentalità e di abitudini degli individui, nella società civile e nella pubblica amministrazione; un mutamento di comportamenti che si può ottenere gradualmente solo con la creazione di fiducia, la condivisione, la formazione e la sperimentazione di nuovi servizi, a partire dalla figura dell’Amministratore che non rappresenterà più un solo condominio, ma un intero quartiere. Dovrà avere competenze pluridisciplinari non solo nell’ambito tecnico giuridico, ma anche in quello della mediazione culturale, di comunità. Dovrà conoscere l’articolazione decentrata della pubblica amministrazione, così come sapersi interfacciare con il Terzo Settore. L’ufficio dell’Amministratore diventa, così, uno sportello di strada che potrà favorire anche attività innovative rispetto al concetto dell’unità abitativa che conosciamo: servizi agli anziani non autosufficienti (ricerca badanti, creazione di orti sociali, etc.); servizi all’infanzia (ricerca baby sitter, allestimento asili nido); servizi per le persone svantaggiate ; servizi comuni di lavanderia e stireria in aree condominiali, per ridurre le spese e i costi ecologici; creazione di spazi attrezzati per il gioco dei bambini, ecc.

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