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La Camera chiara di Piero

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Battipagliese, Piero Quaranta si forma all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, laurea specialistica in fotogiornalismo con il massimo dei voti. Attualmente docente del corso di fototerapia in un centro di recupero alcolisti e tossicodipendenti, tra un progetto fotografico e l’altro, lo incontriamo per saperne di più sul suo percorso.

Quando inizia il tuo amore per il fotogiornalismo?

Molto presto. I temi sociali mi hanno sempre affascinato e attraverso la fotografia sono riuscito a esprimermi. Un passaggio abbastanza naturale grazie agli studi in Accademia.

Le prime difficoltà che hai incontrato e quelle che persistono in questa professione?

Le prime sono legate a come raccontare una storia, dalla struttura alla scelta delle foto, ricordando che il reportage è un linguaggio differente e bisogna evitare di scadere nel racconto didascalico. Le difficoltà che invece persistono riguardano l’inserimento nel mondo lavorativo; considerare il Paese nel quale si lavora, le reti di contatti che si riescono a intessere e tutto ciò che è relazionato all’editoria e alla capacità di piazzare il proprio lavoro. Se, poi, si sceglie di fare il freelance, si avrà sicuramente maggiore libertà di espressione rispetto a un legame con un’agenzia, ma presuppone budget più elevati.

Quindi, come nascono le storie che racconti?

Nascono in modi diametralmente opposti. In seguito a un viaggio, entrando in contatto con una specifica realtà, persona, oppure leggendo un libro. Ricordo il mio professore di fotografia, che ci invitava sempre ad aprire i libri per cogliere spunti dai quali far partire una storia fotografica.

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Quali sono le dinamiche dietro al progetto fotografico 37° parallelo?

Nacque una mattina, leggendo un articolo de il Fatto Quotidiano sulla questione emergenza rifugiati. All’inizio, era partito come reportage classico, ma il lavoro finale, presentato sulla rivista Eyesopen!, divenne di natura più concettuale. Contattai l’associazione 3 Febbraio di Napoli, attiva sui temi dell’immigrazione e dei rifugiati, che da anni si occupa di accoglienza e antirazzismo. Conobbi prima i ragazzi che alloggiavano presso strutture alberghiere in condizioni non proprio ottimali. Una volta guadagnata la loro fiducia, iniziai a fotografarli all’interno delle loro stanze. Per gli shooting non mancarono le difficoltà: la scansione ritmica narrativa si rivelò pressoché identica, dato che le stanze erano tutte uguali e, spesso, vi era un cambio di soggetti, tra partenze e appuntamenti mancati. Così decisi di sviluppare una linea più concettuale: fare semplici ritratti avvalendomi di un vetro e di acqua, quest’ultimo, elemento simbolico che sancisce il passaggio tra l’idea di una vita migliore e ciò che, in realtà, li attende, morte compresa.

Da quanto dici, entrare in una storia ha i suoi tempi. Ma quanto è difficile uscirne?

Indubbiamente entrarci non è facile, ma uscirne è ancora più complicato. Sono fermamente convinto che il fotografo debba rimanere distaccato dalle storie che racconta, altrimenti perde quella forma di oggettività che gli consente di non esagerare con l’interpretazione personale. Il rischio sarebbe quello di pilotare, seppur involontariamente, il pubblico a cui la storia è rivolta. Nel progetto che ho sviluppato nel carcere militare Santa Maria Capua Vetere è stato difficile conservare quest’oggettività, così come è stato difficile lasciare il carcere per il legame che si era creato con il detenuto protagonista del reportage fotografico.

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Sei stato a Kiev in piazza Indipendenza, simbolo della rivolta, che ha portato al potere un governo filo-occidentale e ha costretto alla fuga in Russia l’allora presidente Viktor Ianukovich. A distanza di tre anni quali ricordi sono rimasti impressi nei tuoi occhi oltre che nei tuoi scatti?

All’inizio della rivolta rimasi colpito dall’eterogeneità della folla, unita per un unico intento. Vi erano ultranazionalisti insieme a moderati; ricordo anche tantissime donne. Una rivoluzione così sentita, dove la voglia di esserci, la costanza e la solidarietà tra persone resistevano alle gelide temperature, alla pioggia e al fumo nero dei copertoni bruciati. Nata con proposito nobile, purtroppo giunse alla deriva con una velocità estrema. Resterà un brutto ricordo lo scorgere da dietro un finestrone i tantissimi morti.

Un giornalista può non vedere la scena, il fotografo deve sempre andare. Sei d’accordo?

Assolutamente sì. Il fotografo deve essere il primo a calarsi in quella situazione, altrimenti non potrà mia raccontarla. Questo è uno dei motivi per cui amo il mio lavoro: arrivare e dare voce a scene reali attraverso i miei scatti, così, senza filtri.

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Cosa consiglieresti a un giovane che vuole cimentarsi in un percorso ambizioso come il tuo?

Un consiglio spassionato? Crederci sempre! Da subito gli suggerirei di vivere in un contesto con distrazioni ridotte. C’è bisogno di concentrazione e di perdere una serie di comodità che distolgono da questo intento. Alzarsi la mattina, scendere, cercare una storia e svilupparla. Insomma, parlare di foto, fare foto, vivere di foto.

Salgado ha affermato: «Nelle fotografie a colori c’è già tutto. Una foto in bianco e nero invece è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco». Il tuo punto di vista sulle fotografie in bianco e nero dato che ho notato, tra i tanti lavori che mi hai mostrato, una prevalenza di scatti di questo tipo?

Saper fotografare bene significa avere una grossa capacità di sintesi e credo che il bianco e nero centri questa capacità. Il colore, alle volte, mi sembra superfluo, anche dove è esteticamente funzionale. Ed è proprio lì che diventa difficile fotografare in bianco e nero. Per esempio durante la rivolta di Kiev si è parlato tanto dell’estetica. Vi era una gamma cromatica che spaziava dal bianco della neve al rosso del fuoco e, proprio perché non volevo si perdesse la crudezza di questa rivoluzione, personalmente ho optato per foto monocromatiche. Mi sono concentrato su forme e volumi, pur sapendo di accollarmi un rischio.

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Nel precedente numero abbiamo parlato del carcere di Volterra, dove i detenuti vengono accompagnati al reinserimento nella società grazie a progetti formativi che spaziano dal teatro all’apprendimento di diversi mestieri. Penso al tuo ultimo lavoro nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Su cosa volevi far luce?

Volevo raccontare la vita di una persona privata della sua libertà. Premesso che la condizione di un detenuto in un carcere militare sia nettamente più umana rispetto a quella in un carcere civile, ho constatato il clima di alienazione e ripetitività che si vive lì. Secondo il mio punto di vista il sistema penitenziario non ha nulla di rieducativo, ma è solo punitivo. Mi ero documentato sul carcere di Volterra e credo sia un ottimo progetto proprio in virtù del fatto che il reinserimento di un detenuto sia fondamentale in un Paese che si definisce democratico ed evoluto come il nostro.

Nei mesi passati nel carcere militare sono entrato in contatto diretto con le persone all’interno del reparto, ho vissuto con i detenuti, mangiato con loro. Insomma, le mie giornate iniziavano alle dieci di mattina e finivano all’ora di chiusura dei reparti, la sera. Prossima avventura fotografica?

Mi piacerebbe sviscerare il tema carcere da un altro punto di vista. Parlare delle famiglie dei detenuti e della condizione che a loro volta vivono. Spesso scontano una pena peggiore di quella inflitta ai loro parenti e tutto ciò avviene in un totale silenzio istituzionale e mediatico.

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