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Dalla finestra del set di Gomorra

Ritorna il set di Gomorra a Scampia. Tra chi si indigna e chi cerca un’opportunità che sia economica o esperienziale attraverso il mondo del cinema, ci sono sempre delle porte che si aprono.

Puntualmente, ritornano le discussioni sugli effetti che questo tipo di narrazione suscita su Scampia, quartiere della periferia nord di Napoli, sempre più stigmatizzato, e su quei giovani che rivedono nei personaggi della serie delle figure di successo da emulare. Certo non è Gomorra la causa dei mali e del degrado di Scampia, ma non si può negare che la rappresentazione che ne viene fatta dal colosso televisivo e cinematografico contribuisca a tutti gli effetti ad alimentare il brand “Scampia”, sinonimo di criminalità, piazza di spaccio e malaffare, nonché il timore di chi vive altrove e guarda con diffidenza questo famigerato quartiere e, di conseguenza, con curiosità anche i suoi misteriosi abitanti.

Una delle dinamiche su cui vale la pena soffermarsi è il reclutamento degli abitanti impiegati come comparse nelle riprese. Le vittime del degrado contribuiscono inconsapevolmente ad alimentarne la macchina per guadagnare qualcosa, concedendo alla produzione di trovare terreno fertile e porte aperte. Le comparse spesso sono persone che vivono in condizioni di grande precarietà̀ e che grazie a quei 50, 70 o 100 euro guadagnati con poca fatica, riescono a fare una spesa per la famiglia. Ma non è sempre così; spesso c’è anche chi finalmente realizza il desiderio di diventare comparsa o attore per qualche giorno e, quindi, di ritrovarsi fianco a fianco di quei personaggi divenuti ormai grandi celebrità. La forza della fascinazione che esercita chi detiene il potere o semplicemente del più forte riscuote sempre notevole successo.

Quindi accade che, come la criminalità organizzata recluta manovalanza tra le fasce meno agiate, anche la produzione cinematografica fa altrettanto sfruttando la necessità economica di alcune famiglie, oltre alle “figure di spicco” di ciascun rione, che non esitano a spalancare porte di casa, adoperarsi per l’ordine pubblico. Cosa c’è di perverso nelle dinamiche che Gomorra la serie genera?

C’è che non si tratta di una fiction qualunque, ma di una fiction che racconta come i più forti hanno in pugno con prepotenza le sorti di uomini, donne, famiglie, giovani di un quartiere e di una città, tenendo le redini di un mercato che miete quotidianamente vittime e si impone sottomettendo i più deboli.

C’è che si tratta di una fiction ambientata in un quartiere che da anni prova a combattere contro lo stigma e che, quando prova a farcela, continua a cadere nel baratro perché la sua immagine è perennemente danneggiata, soprattutto perché manca un programma politico integrato che intervenga nell’ambito dell’occupazione, che coinvolga tutte le agenzie educative, le politiche sociali, abitative, per affrontare realmente il problema delle periferie urbane e, di conseguenza, superare il pregiudizio che grava sugli abitanti.

C’è che, in quest’epoca, si è assuefatti dalla televisione. La televisione, da mattina a sera, trasmette insistentemente fatti di cronaca nera. Il grande pubblico, istigato dalla potenza dell’intrigo, viene rapito dalla tv diventando sempre meno sensibile di fronte alla violenza, aspettando, attraverso la finzione, di vivere emozioni sempre più forti. Di conseguenza, come nel meccanismo economico della domanda e dell’offerta, dopo la prima serie di Gomorra c’è la seconda, la terza, la quarta e così via. Una escalation di brutalità alimentata dalla dipendenza dalla televisione che rende sempre più cinici, perché «l’omm’ ca’ pò fa’ a meno e tutt’ cos’, nun tene paur’ e niente». L’emulazione del più forte dà sicurezza e dunque, perché non atteggiarsi come “chi sta sopra” e detiene il potere se quello è un modello di successo?

A Scampia, nel periodo della prima serie, Cattleya attivò un laboratorio di produzione di film che avrebbero dovuto diffondere la parte positiva di Scampia e di Napoli. Si trattò, quindi, di un compromesso per controbilanciare il danno all’immagine che Scampia stava per subire, dando al territorio prescelto per il set di Gomorra, una ricompensa. In realtà, l’iniziativa non ha sortito grandi effetti sull’immaginario collettivo. Si è rivelato un’espediente, una sorta di

palliativo per placare un po’ gli animi dei dissidenti, tant’è che quei film sono passati in sordina e certamente non potevano competere con la narrazione di quel mondo prepotente, spietato, arrogante, violento e soprattutto vincente perché più forte, crudelmente più forte.

È chiaro che Gomorra, ambientato in un quartiere di grande impatto urbanistico e mediatico, ne alimenta lo stigma, approfittando della precarietà di alcuni abitanti per riprodurre un modello violento di cui loro stessi sono vittime e che viene fortemente emulato dai giovani.

Nei mesi scorsi c’è stata una querelle tra Saviano e De Magistris che tanto ha fatto discutere, scatenando un tifo da stadio per l’una o per l’altra parte. Da una parte il sindaco ribelle accusa il giornalista scrittore di speculare a forza di «spari della camorra e di costruire un impero costruito sulla pelle di Napoli e dei napoletani», dall’altra Saviano accusa il sindaco di mistificare la realtà. Basterebbe che l’amministrazione smettesse di concedere l’autorizzazione del suolo e delle riprese per fermare il successo a suon di spari dello scrittore. Ma questo non avviene. Il disappunto si rivela, dunque, debole e sterile.

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