C’è un paradosso che attraversa l’Italia da nord a sud, dalle Alpi all’Appennino campano, e che quasi nessuno discute apertamente: il paese possiede il secondo patrimonio forestale d’Europa, quasi undici milioni di ettari che coprono oltre un terzo del territorio nazionale, eppure ne gestisce attivamente soltanto il diciotto per cento. Il resto cresce, invecchia e si degrada in silenzio, mentre le comunità che un tempo vivevano di quei boschi si svuotano, i giovani emigrano e il rischio idrogeologico aumenta ogni anno che passa.
Da questo ragionamento è nata HUG FORESTE, acronimo di Hub di Utilizzazione e Gestione Forestale Sostenibile, un progetto ideato da Matteo Emanuele Maino, architetto e imprenditore piemontese, registrato come Rappresentante di Interessi presso Camera e Senato. La proposta è arrivata di recente anche alle istituzioni lombarde, con un’audizione in Regione Lombardia, e sta trovando attenzione in ambienti parlamentari trasversali.
L’idea di fondo è meno complicata di quanto il linguaggio istituzionale possa far credere: trasformare il bosco da problema amministrativo a risorsa economica concreta, costruendo una rete di centri operativi — chiamati Hub — distribuiti su scala di valle o comunità montana, dove il legno viene raccolto, selezionato, tracciato digitalmente e avviato verso una filiera corta che raggiunga il mercato locale. Non province, non enti regionali sovradimensionati: la scala è quella della valle, dei mille chilometri quadrati al massimo, perché secondo Maino è lì che si produce o si perde l’efficienza operativa.
Il progetto si regge su tre pilastri. Il primo è fisico: piattaforme logistico-commerciali sul territorio, dove il legno passa dal bosco al mercato senza attraversare intermediari inutili. Il secondo è digitale: un sistema di tracciabilità integrale che segue ogni tronco dalla foresta alla destinazione finale, con l’obiettivo dichiarato di rendere trasparente una filiera che in alcune zone del paese è storicamente vulnerabile alle infiltrazioni criminali. Il terzo è sociale, forse quello più originale: i mestieri del legno come strumento di inserimento lavorativo per migranti, giovani che non studiano e non lavorano, persone con disabilità, detenuti in permesso premio. Le cosiddette Scuole del Legno, previste nel piano con percorsi da milleseicento ore e integrazione con gli ITS Academy, sono l’asse formativo di questa componente.
I numeri che il progetto porta a sostegno della sua proposta vengono da fonti scientifiche certificate: le foreste italiane assorbono 46,2 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, secondo il National Inventory Report ISPRA 2023, e con una gestione ottimizzata quella capacità di sequestro potrebbe crescere di un ulteriore trenta per cento, dato che rimanda a una ricerca pubblicata su Nature Climate Change nel 2013. Il costo annuo del dissesto idrogeologico sul territorio italiano è stimato in un miliardo e mezzo di euro: una gestione forestale attiva potrebbe ridurlo in misura significativa, anche se le stime oscillano in un intervallo molto ampio. I posti di lavoro potenziali a regime vengono indicati in ottantamila.
Tre aree pilota sono state già individuate per testare il modello prima di replicarlo su scala nazionale. Le Valli di Lanzo, in Piemonte, con oltre sessantamila ettari di foreste di conifere e faggio e la vicinanza all’area metropolitana torinese, vengono proposte come banco di prova per il modello di prossimità urbana. Le Alpi Carniche, in Friuli-Venezia Giulia, incarnano il modello delle aree interne con vocazione export verso l’Austria. Il Monte Vulture e l’Alta Irpinia, in Campania, rappresentano il contesto più fragile dal punto di vista sociale, dove il progetto punta esplicitamente su inclusione e legalità.
La sostenibilità finanziaria viene presentata senza chiedere fondi nuovi: si tratta piuttosto di ricomporre risorse già esistenti, dal PNRR ai Programmi di Sviluppo Rurale 2023-2027, dai Fondi Strutturali europei ai bilanci regionali, con una quota di investimento privato per la realizzazione degli Hub fisici. Il totale stimato disponibile nel quinquennio si colloca tra i quattrocento e i seicento milioni di euro, mentre il costo delle tre aree pilota viene quantificato tra i quindici e i venti milioni.
Quello che HUG FORESTE propone alle istituzioni non è un finanziamento a fondo perduto ma una convenzione: attivare il primo Hub pilota sul territorio, ottenere un patrocinio istituzionale per la presentazione in Commissione parlamentare, aprire un tavolo di lavoro con Regioni, Comuni e imprese. Il team è ancora piccolo — accanto a Maino operano una specialista in formazione e didattica e un referente per il Sud Italia — ma la rete di stakeholder già identificata comprende organizzazioni agricole, università, centri di ricerca, associazioni ambientaliste e le confederazioni di costruttori e comuni italiani.
Rimangono, ovviamente, le domande che ogni proposta di questo tipo porta con sé. La stima degli ottantamila occupati è potenziale e di lungo periodo. La governance a tre livelli — nazionale, regionale, territoriale — richiede una capacità di coordinamento che in Italia non è mai stata facile da costruire. E il confronto con i Gruppi di Azione Locale, che da anni operano sullo stesso terreno delle aree rurali con fondi europei, apre questioni di sovrapposizione che il progetto riconosce esplicitamente, proponendosi come strumento complementare e non concorrente.
Il progetto esiste, la documentazione è pubblica sul sito hugforeste.org, e l’attenzione che sta raccogliendo — dai quotidiani regionali alle aule delle commissioni — suggerisce che il tema, almeno, è reale. Che la risposta proposta sia quella giusta è questione che spetta alle istituzioni e ai territori valutare.



