di Chiara Stabile
Giornalista, sommelier e autrice premiata, Mariarosaria Di Vece si racconta in un’intervista esclusiva: dalle influenze letterarie di Bukowski e Özpetek fino al racconto Ananthèō e ai suoi futuri progetti tra poesia, cinema e impresa.
Nata a Salerno il 2 giugno 1990 e residente a Giffoni Valle Piana, Mariarosaria Di Vece incarna una figura eclettica nel panorama culturale e giornalistico campano. Laureata in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Salerno con una tesi focalizzata sul rapporto tra mass media e cronaca nera (Criminality Show e mediologia del crimine), è iscritta all’Ordine dei Giornalisti della Campania.
Inviata di cronaca e politica per il quotidiano L’ora della Sera , da novembre 2024 ricopre la carica di direttrice responsabile del mensile Picentini Post, testata di riferimento per i nove comuni del territorio picentino. Oltre alla passione per il giornalismo, l’arte e l’audiovisivo, Mariarosaria Di Vece è una sommelier qualificata: un’anima legata alla terra e ai suoi valori più autentici, che coltiva parallelamente a quella letteraria.
Con il suo racconto Ananthèō – Il sapore della resilienza (Piavani Edizioni), si è aggiudicata il 1° premio nella sezione racconti della IV edizione del Concorso Internazionale I diversi versi, dedicato al tema Donne, disabilità e autodeterminazione e ispirato a Frida Kahlo. Attraverso la storia della giovane Ambra — che affronta la cecità riscoprendo se stessa tra le radici e i vigneti dell’Aglianicone a Castel San Lorenzo —, l’autrice ha saputo intrecciare in modo magico il riscatto umano al legame profondo con il territorio.
Abbiamo incontrato Mariarosaria Di Vece nella sua Vineria Coffee & Wine, a Giffoni Valle Piana, per ripercorrere la sua storia, il suo stile e i suoi progetti futuri.
Quali sono state le tue principali fonti di ispirazione letteraria e come definiresti il tuo stile di scrittura?
«Per la poesia, il mio principale riferimento è Charles Bukowski: mi affascinano le sue frasi brevi, la sintassi essenziale, il linguaggio semplice e colloquiale e la capacità di raccontare temi quotidiani. Per la narrativa, invece, mi ispira molto Ferzan Özpetek, di cui amo sia i libri sia le produzioni cinematografiche. Pur non essendo testi molto lunghi, sono profondi, introspettivi, con un ritmo veloce e magnetico che porta il lettore a divorare le pagine. Riesce a costruire autentici identikit interiori dei suoi personaggi. Anche il mio stile si muove in questa direzione: un linguaggio semplice e diretto, ma ricco di immagini e descrizioni. Cerco di accompagnare il lettore in un viaggio nell’anima dei personaggi».
Qual è stato il percorso umano e professionale che ti ha condotta alla scrittura? C’è stato un momento preciso nella tua vita in cui hai capito di voler iniziare a raccontare storie?
«La scrittura ha sempre fatto parte di me, fin da bambina. A scuola partecipavo spesso a concorsi letterari e a progetti dedicati alla letteratura. Il giorno del tema in classe era uno dei miei preferiti: anche senza conoscere la traccia, sapere che avrei avuto tre ore per scrivere mi rendeva felice. Il vero punto di svolta è arrivato quattro anni fa, quando ho iniziato a lavorare come giornalista. Scrivere ogni giorno di cronaca e politica ha acceso in me il desiderio di cimentarmi anche con una scrittura più creativa, dando finalmente spazio a una passione che avevo sempre custodito».
In Ananthèō si intreccia il dramma personale della protagonista con la storia di riscatto legata a un vitigno come l’Aglianicone. Come nasce quest’idea?
«Ananthèō è nato per partecipare al concorso letterario “I diversi versi”, dedicato al tema “Donne, disabilità e autodeterminazione” e ispirato alla figura di Frida Kahlo, un’artista che ho sempre ammirato. Ho deciso di raccogliere questa sfida unendo le mie due più grandi passioni: la scrittura e il vino. Essendo anche sommelier, ho scelto un vitigno autoctono campano dalla storia particolare, l’Aglianicone, e l’ho intrecciato al percorso di rinascita e resilienza della protagonista, creando un parallelismo tra la sua vicenda e quella del vitigno».
Se un giovane lettore chiudesse il tuo libro oggi, qual è l’emozione o la riflessione che vorresti gli rimanesse dentro?
«Mi piacerebbe che il lettore chiudesse il libro portando con sé speranza, forza e la consapevolezza che esiste sempre una nuova opportunità da cogliere. Anche quando il cammino sembra interrompersi perché un enorme masso ci impedisce di andare avanti, è possibile trovare un altro sentiero, magari ancora inesplorato. Un percorso da costruire giorno dopo giorno, con fatica, certo, ma anche con la meraviglia di scoprire che, spesso, proprio lì si nascondono le possibilità più belle».
Il tema del riscatto e della forza interiore è centrale nel tuo lavoro. Quanto c’è della tua personale visione della vita nella capacità dei tuoi personaggi di rinascere di fronte alle avversità?
«Tantissimo, direi quasi tutto. Non mi considero una persona ottimista, ma profondamente positiva. Non credo che nella vita tutto vada sempre bene, però credo con convinzione che, affrontando le difficoltà con forza d’animo, amore per ciò che si fa e determinazione nel perseguire i propri obiettivi, prima o poi qualcosa di buono arrivi davvero».
Sappiamo che stai già lavorando a nuovi progetti editoriali… cosa dobbiamo aspettarci?
«Sì, sto lavorando a una raccolta poetica che vorrei pubblicare a dicembre. È una silloge divisa in tre sezioni: poesie sociali, bucoliche del quotidiano e poesie più intime. L’idea è quella di creare una sorta di caleidoscopio che accompagni il lettore dal macro al micro, dai grandi temi dell’attualità fino alle riflessioni più personali ed esistenziali. Nella prima sezione c’è molto della mia esperienza giornalistica. Inoltre sto scrivendo un romanzo dedicato all’imprenditoria femminile, un progetto a cui tengo particolarmente. Procede un po’ a rilento, però sono fiduciosa».
In cantiere c’è anche un cortometraggio. Qual è il tema centrale che hai scelto di affrontare attraverso il linguaggio visivo?
«Il cortometraggio affronta il tema della depressione post-partum, una realtà di cui si parla ancora troppo poco. Ho scelto di raccontarla con grande delicatezza attraverso un corto muto, accompagnato soltanto da una voce fuori campo che recita i versi di una mia poesia, scritta poco dopo la nascita della mia seconda figlia. Il racconto segue il percorso di una donna che fatica a riconoscersi nel nuovo ruolo di madre e attraversa il primo anno di vita della sua bambina tra smarrimento e sofferenza, fino a ritrovare, lentamente, il sorriso e la gioia di vivere».
Tra le pagine di un romanzo e i filari di un vigneto, tra la cronaca di tutti i giorni e i versi più intimi di una poesia, Mariarosaria Di Vece dimostra come la scrittura possa farsi ponte tra mondi solo apparentemente distanti. La sua è una voce che non smette di cercare, di raccontare, di trasformare il dolore e la fatica in occasioni di rinascita — per sé e per chi legge. Mentre la raccolta poetica prende forma e il romanzo cresce pagina dopo pagina, un dato resta certo: la sua penna, tra parola, terra e sensibilità sociale, ha ancora molto da raccontare.



